Interpretare la crisi, curare il disagio
Quali sono le possibili forme che il dolore psichico in adolescenza può assumere e quando considerarlo un punto di rottura tra la fisiologica turbolenza evolutiva e un'intollerabile sofferenza?
Intorno a questo quesito si costruisce questo agile e puntuale testo dei nostri colleghi Cecilia Ferrari e Giancluca Marchesini, psicologi e psicoterapeuti specializzati in psicoterapia dell'adolescente, la prima socia di Solidare e il secondo ex collaboratore.
Il volume si articola in tre sezioni: la prima, maggiormente divulgativa, si interroga (e ci interroga come adulti) sui mutamenti sociali e culturali che incorniciano il nostro rapporto con le giovani generazioni e quello di queste ultime con il mondo (quello tangibile quanto quello virtuale); la seconda, maggiormente specialistica, sviluppa un pensiero sulle tipologie di setting di presa in carico (dallo studio privato all'ambulatorio pubblico, passando per il privato sociale attraverso una lettura che ben si sposa con il lavoro della nostra cooperativa); la terza racconta narrativamente alcuni spaccati di storie e di terapie condotte presso l'ambulatorio che fa capo al progetto SafeTeen, cui parte del ricavato del libro sarà devoluto.
Trasversale a queste sezioni permane l'idea che per curare la sofferenza in adolescenza è necessario pensare a e investire su un lavoro multidisciplinare, come metodologia efficace di intervento che ricalca ( metaforicamente) il funzionamento psichico. Come dire che siamo (noi, gli adolescenti) composti da diverse parti e che queste parti possono e devono essere guardate e curate in un'ottica integrata, capace di confronto e dialogo.
Essere pensati da più curanti che a loro volta pensano insieme: la funzione integrativa della personalità si ritraduce anche in questo, funzione imprescindibile di ogni percorso terapeutico e certamente essenziale in una fase di vita in cui la tensione è volta a mettere insieme, faticosamente, i vari pezzi nascenti di Sè.
L'atteggiamento affettuoso e orientato alla speranza con cui gli autori attraversano il proprio lavoro con i ragazzi e il pensiero clinico che ne scaturisce rappresentano la membrana dinamica che tiene insieme l'intero volume.
Recensione di Francesca Buosi, socia di Solidare.
Solidare
La protagonista di "Speciale Elsa" è una ragazzina che si scopre innamorata di un'altra ragazza e in prima persona racconta la magia e il turbamento del primo amore. La storia, che ruota intorno al bar ormai chiuso dei nonni di Elsa, scelto come set di un film, è avvincente, ma quel che colpisce è soprattutto la voce di Elsa, fresca e autentica, che racconta la sua vita tra le uscite e la casa dei nonni, dove si trasferita con la mamma giovanissima e il fratello maggiore dopo la separazione dei genitori.
"Speciale Elsa", infatti, non parla soltanto del primo amore (tra ragazze), ma anche del crescere. Diventare grandi significa anche aprire gli occhi sulla realtà della propria famiglia: i genitori possono deludere, i nonni invecchiano, anche il fratellone sbaglia e l'attività di famiglia può chiudere i battenti... le certezze granitiche dell'infanzia crollano, provocando dolore e disorientamento, ma al contempo creando spazio per libertà e consapevolezze nuove.
Nel passaggio dall'infanzia all'adolescenza di Elsa le figure femminili della famiglia cambiano fisionomia: la mamma ragazzina ritrova profondità dopo che la figura idealizzata del padre viene ridimensionata e ricordi traumatici rimossi riemergono, e la nonna esce dal personaggio senza ombre che Elsa bambina le aveva cucito addosso e le dà insegnamenti importanti.
Come è nata l'idea di scrivere questo romanzo?
Mi sembrava importante che negli scaffali per ragazzi ci fosse una storia d'amore fra due ragazze. Sono relazioni che vengono vissute sempre più serenamente e liberamente e meritano di essere anche raccontate sempre di più. Inoltre, come dici tu giustamente, è anche un modo per raccontare quella fase della crescita, la scoperta di sé, i dubbi che la circondano. Crescendo, Elsa scopre di essere diversa da come l'hanno sempre vista gli altri, da quello che le persone a cui vuole bene si aspettano da lei. E questo la riempie di dubbi e di sensi di colpa, come credo succeda spesso nei momenti di cambiamento, quando ti chiedi se per assomigliare a te stessa non rischi di tradire gli affetti e le aspettative altrui.
Il passaggio di Elsa a una fase nuova della vita avviene anche grazie al riconoscimento che riceve da parte delle donne della sua famiglia; quale ruolo ha secondo lei il "passaggio di testimone" tra le diverse generazioni di donne?
Sì, le figure femminili sono importanti nella storia. Più che di un passaggio di testimone forse si può parlare di un invito a non commettere gli stessi errori. La nonna di Elsa ha sempre dato un'immagine di sé che non corrispondeva al vero, per tenere insieme la famiglia. Quando capisce che la figlia rischia a sua volta di tradire se stessa, si racconta com'è davvero. Le figure femminili poi mi permettevano di affrontare il tema delle radici, che mi stava a cuore. Quanto ci possiamo allontanare dalle proprie origini senza tradire se stesse, senza rischiare di perderci? È un po' questo che si domanda Elsa nel corso della storia.
Oltre a Elsa, voce narrante del libro, ci sono tanti personaggi secondari ben delineati e "vivi". A chi potrebbe dare voce il suo prossimo romanzo?
Fra tutte, io sono affezionata soprattutto al fratello di Elsa, che è bloccato fra modelli maschili diversi e non riesce a trovare il proprio. Mi piacerebbe dedicare il prossimo romanzo a una figura maschile. Sono convinta che sia sempre più necessario trovare il modo di includere i ragazzi parlando di affetti, di emozioni e di fragilità, per aiutarli a costruire una mascolinità diversa e più sana.
Sara Pagani
Solidare
Sam Boughton, 2018 Terre di Mezzo
La storia è quella di un bambino di nome Joe, possiede una prodigiosa fantasia che lo porta lontano dal mondo ordinario fatto di palazzi grigi e ingombranti. Nel suo mondo infatti gli alberi crescono più in alto delle case e strani animali girano per la città. Mentre è solo nel suo letto, vicino ai suoi pensieri, prendendo spunto dal suo libro preferito, germoglia in lui un’idea. Decide così di mettersi all’opera, recupera gli strumenti e pianta un seme del torsolo di una mela. Qualcosa di piccolissimo, che va concimato bagnato e soprattutto desiderato. Aspetta… aspetta ma non succede niente, si stanca arriva quasi a dimenticarsene fino a che il suo sguardo incontra il colore e il corpo della pianta che sta crescendo. Impara ad occuparsene e ne pianta altre che vanno a creare un giardino straordinario, così decide di condividerlo con gli abitanti della città che incuriositi si accorgono di questa bellezza. Piano piano con il tempo, la fatica e la pazienza il mondo ordinario di Joe si trasforma.
Joe tiene vivo dentro di sé il seme e fa così l’esperienza di tenere a mentre l’altro, la sua pianta, prima quasi dimenticata e poi tanto investita. La relazione da due passa a tre, si allarga introducendo anche i vicini che abiteranno il giardino straordinario. Ma cosa può significare abitare l’ambiente e secondo quale logica ce ne si può occupare?
Sarantis Thanopulos (psicoanalista SPI) propone un’interessante riflessione sul rapporto tra uomo e natura (Il Manifesto 19 dicembre 2020:L’economia, la cultura e la natura di Sarantis Thanopulos, Luigi Maria Sicca). Coltivare l’ambiente può essere riletto come la possibilità di porsi all’interno di una relazione significativa con l’altro da sé, in questo caso la natura che in quanto tale va rispettata.
La relazione però si dovrebbe poggiare non tanto sull’appagamento del bisogno immediato che rischia di portare ad adeguarsi, sottomettere o dominare evitando così di vivere tensioni e insicurezze ma sul desiderio che è in grado di creare trasformazione: ascolta, si interroga, si modula, apprende, utilizza l’altro senza manipolarlo ma creando esperienza e quindi possibilità di convivenza.
Sara Galimberti
5 per 1000
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Solidare, società cooperativa sociale ONLUS